#UnViaggioMaiFatto: quella volta che dovevo andare a Charleston

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Silvia Demik - The food traveler



C’è un blog che mi piace tantissimo, gestito da una blogger che prima o poi spero di incontrare di persona. Perché ha un modo di raccontare accattivante, perché è divertente da matti e ho l’impressione che sia una che dice le cose come stanno, senza girarci tanto intorno. C’è una sezione in particolare di Profumo di Follia che trovo bellissima: si chiama #SognandoUnViaggio, e Anna l’ha dedicata alle mete che le piacerebbe visitare. Una serie di racconti molto dettagliati, con idee su dove dormire, come si arrivare e cosa mangiare in un viaggio sognato.

L’ultimo dream travel risale a qualche mese fa e, nell’attesa di leggere il prossimo articolo di Anna, ho pensato di scrivere un post simile, dedicandolo però ai viaggi organizzati ma non fatti. Quelli dove era tutto deciso: i voli prenotati, l’albergo confermato, l’itinerario stabilito. E poi niente. Per un motivo o per l’altro il viaggio è stato annullato. A me è capitato tre volte, e ogni volta mi sono sentita morire. Nonostante i rimborsi, nonostante le persone che ti ripetono che prima o poi avrai occasione di andarci in quel posto. L’ultima volta lo scorso anno, quando ho dovuto rinunciare a una vacanza in Israele. Un’altra invece, risale a qualche anno fa: non sono partita per Berlino per via del vulcano islandese. Sempre per colpa di Eyjafjöll, che ha deciso di risvegliarsi dopo secoli di inattività, ho dovuto rinunciare a un’altra partenza, salendo a quota due nel giro di tre settimane e vedendo sfumare tra le esalazioni vulcaniche anche il mio viaggio a Charleston, in South Carolina.

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Non so se sia stato un bene o un male perché avrei dovuto accompagnare il mio capo per una serie di conferenze negli Stati Uniti, quindi sicuramente ho perso un’opportunità di raccontare un’altro episodio della serie #InViaggioColCapo. Ma quella volta sarei stata più zen del solito e lo avrei sopportato un pochino di più perché dopo gli impegni di lavoro il boss sarebbe andato in Messico, mentre io mi sarei fermata un paio di giorni a Charleston. Da sola. Senza capo. Senza colleghi. Avevo già in mente cosa fare, dove dormire, quali negozi vedere. E invece… niente.

Come sarei arrivata a Charleston

Siccome il boss è molto esigente, avevo programmato tutti i trasferimenti con precisione chirurgica. Innanzitutto, un volo Lufthansa ci avrebbe portati a New York per la prima conferenza. Due notti a Manhattan e poi da qui saremmo andati in treno fino a Princeton, e il giorno dopo saremmo ripartiti alla volta di Newark per prendere un volo per Atlanta, in Georgia. Dalla città della Cola-Cola la Delta Airlines ci avrebbe fatti volare fino a Charleston. Conferenza alla South Carolina University e poi bye bye boss. Avrei avuto la città tutta per me, per due giorni, prima di tornare a casa.

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In linea di massima, bisogna tenere conto che i voli non sono affatto economici per cui conviene comprare un volo intercontinentale con una destinazione più commerciale sulla costa est – New York, Washington o Miami – e da qui comprare un biglietto a parte con una compagnia low cost che da queste città vola a Charleston, come la Jet Blue.

Dove avrei dormito a Charleston

Conoscendo bene il boss e sapendo che è molto esigente in fatto di hotel, per lui avevo prenotato una stanza in una catena tipo Marriott o Hilton, non ricordo. Per me avevo scelto un albergo nel French Quarter, non lontano dalla centrale Market Street. Del Barksdale House Inn mi era piaciuto il fatto che avesse solo una decina di stanze, ognuna arredata in maniera diversa. Ma sopratutto ero rimasta affascinata dalla fotografia della facciata di legno e dagli interni un po’ fuori moda, che corrispondevano all’idea che mi ero fatta dell’America sudista.

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Non so quale stanza avrei dormito, ma non mi sarebbe dispiaciuta la Carriage House Room, con il pavimento di legno scuro, le pareti color salvia e il letto accanto alla porta-finestra con le persiane che probabilmente non riescono a tenere lontani la luce e il calore del pomeriggio. Per quello ci sarebbero state le pale del ventilatore appeso al soffitto. Al mattino avrei fatto colazione nella veranda, con marmellate ai frutti di bosco, pane fatto in casa, succo di arancia appena spremuto, e una tazza di caffè bollente, prima di uscire di casa chiudendomi la porta alle spalle.

Dove avrei mangiato a Charleston

Non ero arrivata al punto di decidere dove mangiare. Se però dovessi partire domani per Charleston, avrei in mente una lista di posti che avrei sicuramente provato durante il viaggio mai fatto.
Avrei iniziato, a metà mattina, con una pausa caffè. L’avrei fatta da Black Tap Coffee, nel cuore di Charleston. Un locale essenziale, con materiali recuperati: per esempio il legno utilizzato per i tavoli proviene da vecchi edifici smantellati nel corso degli anni. Una tazza di americano e una fetta di torta, e via verso la prossima destinazione.
Per pranzo mi sarei allontanata un po’ dal centro per assaggiare le ostriche e il panino di vongole di Leon’s Oyster Shop, e magari una porzione piccola di fritto di pesce. Da fuori sembra un capanno di pescatori o una casa di periferia ma, a quanto pare, il panino di pan brioche e pesce fritto è il migliore in città.

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Prima di cena, una birra da Closed for Business, lungo la King Street. Servono oltre 40 birre alla spina, la maggior parte delle quali provenienti da micro-birrifici statunitensi. Da qui, una passeggiata di un quarto d’ora mi avrebbe portata in riva al mare, per mangiare altro pesce da 167 Raw. Non si accettano prenotazioni ma sarei arrivata presto per assicurarmi un tavolo. Avrei sicuramente ordinato altre ostriche e i po’ boys con pesce freschissimo.

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Cosa avrei fatto a Charleston

Avrei iniziato con una passeggiata lungo le strade del French Quarter, cercando eventuali similitudini con l’omonimo quartiere di New Orleans. Qui a Charleston la zona coincide con quella che un tempo era la vecchia città entro le mura. Lungo le strade di ciottoli si trovano alcuni tra gli edifici più particolari della città, come per esempio la Pink House, un’abitazione a due piani dipinta di rosa, e la Chiesa Ugonotta Francese, un edificio religioso in stile gotico. Forse le strade strette fiancheggiate da edifici bassi e colorati mi avrebbero ricordato un villaggio della Francia.

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Non mi sarei persa il farmers market di Marion Square dove, oltre alla frutta e alla verdura, ci sono anche alcune bancarelle di artigianato che vendono collane e bracciali fatti con vecchie monete. Poi avrei fatto un salto da Blue Bicycle Books, proprio dietro l’angolo, una libreria indipendente specializzata in libri di autori locali e volumi rari.

Waterfront Park charleston.jpg

Avrei camminato fino a Waterfront Park, per passeggiare lungo la costa, scattare una fotografia alla fontana a forma di ananas e riposarmi un po’ su una delle panchine con vista mare. Poi, se non avessi saputo cos’altro vedere, avrei chiesto a una persona del posto, magari alla padrona della locanda, che sicuramente sarebbe stata felice di darmi qualche consiglio per conoscere meglio Charleston.

Vi è mai successo di dover cancellare un viaggio? Se avete voglia di raccontare anche voi #UnViaggioMaiFatto, fatelo nei commenti o sul vostro blog!

Cover photo © Charleston CVB

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#UnViaggioMaiFatto: quella volta che dovevo andare a Charleston ultima modifica: 2017-08-07T16:25:40+00:00 da Cudriec Rss

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