Djurgården, il giardino di Stoccolma

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Silvia Demik - The food traveler



Se dovessi rinascere svedese o se più semplicemente per qualche motivo dovessi trasferirmi a Stoccolma, saprei esattamente dove vorrei vivere. Non a Gamla Stan, la città vecchia, e nemmeno a Södermalm, il quartiere alternativo e alla moda.
Sceglierei Djurgården, una delle quattordici isole sulla quale si estende la capitale svedese. Forse perché è un grande parco che da ogni angolo permette di respirare l’aria frizzante del Baltico, e forse perché allo stesso tempo l’isola è vicinissima al rumore e al traffico della città. Probabilmente è questa sua caratteristica che la rende così affascinante: qui si ha l’illusione di trovarsi in un angolo remoto dell’arcipelago svedese, senza però doversi allontanare troppo dal caos cittadino.

La confusione di Stoccolma non ci abbandona del tutto quando scendiamo dal tram che dal centro ci porta davanti ai cancelli di Skånsen, il più antico museo all’aperto del mondo. Ci sono già stata in passato e questa volta non ho voglia di mettermi in coda insieme ai bambini urlanti. Proseguiamo domandandoci quanto ancora dovranno aspettare le persone in fila prima di riuscire a entrare al museo degli ABBA. Ma basta fare poche centinaia di metri per non sentire più il vociare della gente e le suonerie dei cellulari.

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Una delle strade che attraversa Djurgården si inerpica lungo la collina, tra casette di legno dipinte di giallo o di rosso e che sembrano uscite direttamente da una fiaba. Il sole è caldo e decidiamo di proseguire all’ombra, sotto gli alberi che costeggiano un sentiero sterrato dove incontriamo solo un paio di runners che si allenano e delle coppie che portano a passeggio il cane. Ci salutano, come se fossimo gente del posto, e non turisti che il giorno dopo lasceranno l’isola.

Ormai la colazione è un ricordo lontano e la passeggiata in salita ci ha messo appetito. Prima di lasciare la strada asfaltata avevamo visto un cartello con l’inequivocabile simbolo della forchetta e del coltello, con la punta rivolta verso il sentiero sterrato. Così ci ritroviamo a Rosendals Trädgård, senza sapere di preciso di cosa si tratti. I cartelli sono principalmente in svedese, ma capiamo che si tratta di una fondazione che si occupa di agricoltura biologica e giardinaggio.

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Una via di mezzo tra un vivaio e un orto botanico, con un negozio e una caffetteria: tutto insieme, tra un campo dove i fiori arancioni e gialli ondeggiano sotto il vento accanto alle verdure. Poco distante, una serra di vetro, come quelle che si vedono solo più nei film. Qui c’è la cucina, che propone piatti realizzati con ciò che si coltiva nei campi circostanti, portando il concetto di local a un livello estremo. Le proposte del giorno vengono disposte su un tavolo al centro della serra: zuppe, torte salate, insalate, panini, biscotti, smørrebrød. Visto che ormai siamo dipendenti dai dolci burrosi svedesi, prendiamo un kanelbulle, il dolce alla cannella che per me è diventato l’emblema di questa città, e un kardemummabulle, una versione simile con il cardamomo al posto della cannella.

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Siamo fortunati perché non si vedono nuvole all’orizzonte. Il vento è fresco ma il sole ci riscalda mentre ci gustiamo il sapore della pasta dolcissima, del burro e del tè verde a uno dei tavolini di legno sistemati qua e là tra le aiuole di fiori. Non c’è molta gente oltre a noi, per cui quando finiamo la nostra seconda colazione rimaniamo ancora un po’ qui prima di tornare verso il centro.

Non riesco a resistere a lungo lontano da questo paradiso, al punto che decido di tornarci la sera stessa per cena, in un posto che sarebbe passato del tutto inosservato se non avessi attraversato un ponte di legno verso l’isoletta di Beckholmen e non mi fossi voltata per scattare una foto al porto e alle barche ormeggiate.

Un edificio giallo senza insegna, che a prima vista potrebbe passare per una rimessa di barche. Ma i tavolini e le sedie sul terrazzo mi spingono a guardare con più attenzione e a farmi scoprire che dietro a quelle vetrate c’è un ristorante. Ed è qui che decidiamo di cenare, a uno dei tavoli lungo la vetrata per vedere le barche illuminarsi alla sera e, oltre il porto, il profilo di Stoccolma.

Anche l’interno di Oaxen Slip è molto essenziale, in perfetto stile nordico: dai tavoli di legno grezzo, alle sedie recuperate da un cinema, all’illuminazione soffusa che non vuole rubare la scena allo spettacolo al di là delle vetrate.

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I sapori sono semplici ma non banali, e gli ingredienti sono quelli della cucina nordica: pesce, patate, erbe, cetrioli, bacche, pane di segale. Quasi tutti i piatti del menu vengono realizzati con i prodotti coltivati nella fattoria vicina, mentre la carne e il pesce provengono da pescatori e allevatori dell’arcipelago. L’antipasto è semplicissimo: gamberi affumicati, serviti con fette di pane di segale e burro.

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Anche i piatti principali, aringa marinata e salmerino grigliato con patate novelle sono senza fronzoli. I sapori sono semplici e il cibo presentato in maniera onesta: un bel piatto di ceramica, con gli ingredienti come unici protagonisti, senza spennellate di salsa o nomi pretenziosi e ingannevoli. Mi viene da pensare che si tratti di piatti nudi, per così dire: non hanno niente da nascondere. Quello che vedi è la realtà. Ed è una realtà saporita, ma semplice ed essenziale, come mi aspetto che sia in Scandinavia.

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Sono sempre un po’ triste alla fine di un pasto, e in questo caso mi dispiace ancora di più. Ma c’è un traghetto da prendere per tornare verso il centro.
Dal ponte della barca che ci riporta a Stoccolma osservo il sole che ancora non vuole tramontare nonostante sia già tardi, e penso che se abitassi a Djurgården vorrei vivere in una di quelle casette rosse, e uscire ogni sera per assaggiare i piatti di Oaxen Slip.

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Djurgården, il giardino di Stoccolma ultima modifica: 2017-09-18T17:00:12+00:00 da Cudriec Rss

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