Cosa e dove mangiare a Mosca, suggerimenti ed idee.

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Silvia Demik - The food traveler



Ci sono tre cose da sapere quando si mangia in un ristorante a Mosca. La prima è che spesso i menu sono solo in russo. La seconda è collegata: il personale non sempre parla inglese. Terzo: mi è capitato più volte di decidere finalmente cosa ordinare dopo un po’ di confusione tra nomi incomprensibili e traduzioni improbabili, e di sentirmi dire di no. “No, non potete ordinare questo piatto”. Il perché non lo so: una volta penso di aver capito che qualche ingrediente fosse esaurito, un’altra invece è stato niet e basta, senza spiegazioni. Nonostante le difficoltà linguistiche e culturali, i camerieri si sono quasi sempre prodigati per aiutarci a capire cosa stavamo ordinando e a consigliarci i piatti migliori. E, tranne ai grandi magazzini GUM, non siamo mai rimasti delusi dal cibo e dai ristoranti di Mosca.

Nani

Il primo incontro con la cucina moscovita è da Nani, ristorante in zona Tverskoy. Lo scegliamo perché si può raggiungere a piedi dall’hotel e perché propone piatti della tradizione georgiana. A quanto pare, tra i paesi che fecero parte dell’Unione Sovietica, la Georgia è quella con il patrimonio gastronomico più ricco. E in effetti nel locale si respira aria di abbondanza: c’è profumo di spezie, e ci si siede su comodi divani di velluto, in un ambiente decorato con piante, pesanti tendaggi, tappeti, specchi e lampadari di cristallo.

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Un ambiente opulento e decadente, dal fascino leggermente démodé, dove non riusciamo a ordinare quello che vogliamo. Passi per l’insalata di formaggi georgiani e per il cheburek (una sorta di raviolo gigante di pasta fillo, ripieno di formaggio ed erbette selvatiche): questi li possiamo chiedere, senza obiezioni da parte del cameriere.

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Quando arriva il momento di assaggiare lo shashlik, ci viene detto che questi spiedini di carne di agnello non ci toglierebbero la fame. O così ci sembra di capire. Cosa ci consiglia? Piuttosto l’agnello, che in Georgia viene cotto al forno in un recipiente di terracotta. Siamo un po’ stupiti dal sentirci dire di no dopo aver chiesto un piatto, ma non sarà la prima volta. E comunque il consiglio è ottimo.

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Concludiamo il pasto con una porzione di mazzoni, un dolce a base di latte fermentato servito con un cucchiaio di miele.

Na Melnitse

La seconda sera ci spostiamo in zona Krasnye Vorota, nome che letteralmente significa porte rosse, a indicare il palazzo omonimo proprio di fronte all’ingresso del ristorante. Il grattacielo è una delle Sette Sorelle o, come li chiamano qui, i grattacieli di Stalin. Il palazzo è d’impatto, ma stona decisamente accanto alle altre case della via: a due piani, dai colori pastello.

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Forse da Na Melnitse hanno voluto riprendere questo accostamento tra il vecchio e il nuovo: il nome stesso e l’insegna richiamano un vecchio mulino, così come gli interni, dove pavimenti consumati e tappezzerie del passato convivono con arredi essenziali. È un locale accogliente, che propone sì i piatti della tradizione, ma senza la pesantezza delle ricette del passato.

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Proviamo i famosi sottaceti russi, insieme a un tagliere di salumi e cipolle caramellate. Ordiniamo anche i crostini con caviale rosso, che non regge il confronto con quello nero, più delicato.

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Come piatto principale scelgo i vareniki: hanno una forma simile ai nostri panzerotti ma la pasta è più sottile, quasi trasparente. Posso essere farciti con diversi ripieni di verdure o carne, e il cameriere mi consiglia quelli alle patate e funghi.  Il mio compagno vorrebbe l’arrosto di vitello e, quando gli viene chiesto quale taglio di carne preferisca, indica sul menu un nome a caso. Il cameriere però, come da tradizione russa, scuote la testa e indica un altro nome. Abbiamo forse scelta? Possiamo contraddirlo? No, e comunque non saremmo in grado di farlo, per cui rispondiamo khorosho, va bene. E in effetti va davvero bene: anche in questo caso abbiamo fatto bene a seguire il consiglio del cameriere.

Twins

La zona in cui si trova il terzo locale ha un passato popolare: durante gli anni di Ivan il Terribile, qui si trovavano i laboratori dei fabbri che producevano armi e armature. Nel 1800, l’area di Malaya Bronnaya divenne una calamita per scrittori, studenti e artisti. Ora la via di ciottoli che collega i giardini degli Stagni dei Patriarchi a Tverskoy Boulevard è un susseguirsi di edifici in stile art nouveau e vittoriano, che ospitano negozi, bar e ristoranti.

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Twins si trova in un edificio a due piani nella parte più a sud di Malaya Bronnaya, dietro a una porta dipinta di giallo sgargiante. Passando attraversando il cortile, dove i più coraggiosi hanno deciso di mangiare sotto il pergolato di glicini, sembra di trovarsi in un villaggio della campagna francese più che in un cortile di una metropoli. Anche all’interno l’ambiente è rustico, come quello di una casa in periferia: sedie spaiate, tavoli sistemati in maniera apparentemente disordinata e lampadine che pendono dal soffitto e illuminano di una luce dorata che si confonde con quella del tramonto.

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Come le sere precedenti, ci viene detto che dobbiamo sederci al bar per qualche minuto perché il nostro tavolo non è pronto e che dobbiamo leggere il menu. Nell’attesa scegliamo, poi veniamo accompagnati al nostro tavolo nella sala più piccola, proprio accanto alla cucina a vista dove i gemelli che danno il nome al locale sono intenti a preparare i piatti che saranno la nostra cena.

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Iniziamo con un’insalata di pomodori al forno con pane alle erbe e salsa al formaggio, zuppa di pesce cotta sul carbone e bistecca di controfiletto avvolta in foglie di betulla. Non ci facciamo mancare tre assaggi di caviale – bianco, rosso e nero.

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Tra i dessert mi ispira in particolare la mousse di carote con biscotti al rosmarino ma non saprò mai se è un abbinamento vincente, perché devo ordinare il dolma, una sorta di involtino di foglie di uva ripieni di spuma di formaggio, serviti con sorbetto. L’accostamento tra il gusto acido dell’uva e quello dolce del formaggio non mi dispiace, ma rimarrò sempre con il rimpianto di non aver provato i biscotti al rosmarino.

Lavka Lavka

Il Lavka Lavka mi ha colpito prima ancora di leggere il menu online grazie al suo slogan: we are a farm to table restaurant, dalla fattoria alla tavola. E in effetti il concetto è chiaro appena entrati nell’androne di una di un palazzo non lontano dal teatro Bolshoj. All’interno di un cortile anonimo si trova prima il negozio di Lavka Lavka, dove si vendono i prodotti dei contadini russi che poi vengono utilizzati anche nel ristorante, un paio di porte più in là.
Per la prima volta da quando siamo a Mosca veniamo accolti da un sorriso e da un invito a sederci dove preferiamo. Scegliamo uno dei tavoli accanto alla finestra in questo locale dall’aria rustica, decorato con pezzi che sembrano arrivati da una fattoria: contenitori per il latte, sgabelli per mungere, tavoloni di legno grezzo.

Lavka Lavka interno.jpg

Ma d’altra parte nel loro negozio c’è scritto che food is not just eating, e in effetti ho l’impressione che qui il cibo sia qualcosa in più che semplice nutrimento. Su ogni tavolo c’è una gazeta, un quotidiano, purtroppo solo in russo, che racconta le iniziative organizzate con i contadini in tutto il paese.

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Da Lavka Lavka il cibo è rispetto della stagionalità, dei produttori e delle tradizioni: il menu cambia ogni giorno a seconda di quello che è stato possibile reperire, e ogni piatto riporta il nome del contadino che lo ha coltivato. Così, tra gli antipasti, i formaggi della regione di Smolensk sono stati prodotti da Lubov Gorbacheva, le cipolle sottaceto provengono dalla fattoria di Irina Serebryakova, mentre la carne di oca dei vareniki arriva dalla fattoria della famiglia Yudakovi. Anche la birra è prodotta in Russia: proviene da una serie di microbirrifici sparsi tra San Pietroburgo e Dedovsk, nell’oblast di Mosca.

Lavka Lavka food.jpg

La ragazza che ci aiuta a scegliere i piatti ci spiega il concetto alla base del ristorante e del negozio: qui non si limitano a salvaguardare le ricette tradizionali russe, ma cercano di garantire un futuro a tutti quei contadini, allevatori e casari che nell’immenso territorio russo cercano di produrre cibo sano e di qualità. Lottano contro un processo di degrado gastronomico che non tiene conto di quello che c’è dietro a un prodotto finito. La consapevolezza è uno strumento molto efficace: dare un nome alla persona che ha prodotto il nostro cibo è un passo fondamentale per lo sviluppo di una coscienza alimentare.

Un aspetto che accomuna tutti i locali è il prezzo: non abbiamo mai pagato più di 2.400 a testa – l’equivalente di 30-35 euro. La stessa cifra che avremmo speso in un ristorante di livello equivalente in Italia, quindi forse un po’ sopra la media per i prezzi di Mosca.

Quale locale scegliereste? Ci sono dei piatti russi che avete provato e vi hanno colpito?

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Cosa e dove mangiare a Mosca, suggerimenti ed idee. ultima modifica: 2017-07-08T17:00:51+00:00 da Cudriec Rss

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